Tavola rotonda sul tema:
LA LEGGE ITALIANA SULLA FECONDAZIONE ASSISTITA: UN ESEMPIO DI MALA SANITA’
Bologna, 11 Maggio 2004
Sala Piazza – Quartiere Navile – via M. Polo 53
LA LEGGE 40 DEL 2004 UMILIA LA SCIENZA
Ringrazio il coordinatore di questa tavola rotonda per avermi dato la parola e gli organizzatori per avermi invitato come relatore su un tema che mi sta particolarmente a cuore: “La legge 40 umilia la scienza”, aspetto sul quale ho già avuto modo di prendere posizione anche sulla stampa e che ha rappresentato da subito il tema su cui, come cittadino, mi sono sentito più direttamente leso da questa legge e che ha determinato in me uno spontaneo moto di reazione civile contro una norma oscurantista e liberticida, che comporta un grave attacco ai diritti di cittadinanza non solo delle donne, ma di tutti e più in particolare di coloro che sono immediati destinatari dei benefici che la scienza è in grado di offrire al fine di garantire la salute e quindi una buona qualità della vita.
I risvolti che questa legge presenta in tal senso costituiscono appunto una grave forma di umiliazione del lavoro scientifico, sia sotto il profilo del rapporto che essa configura fra Stato e scienza che riguardo alla valorizzazione a fini di utilità sociale delle conquiste scientifiche già realizzate, determinando nel contempo un’inaccettabile umiliazione degli operatori, ricercatori, medici e biologi che tanti progressi hanno conseguito negli ultimi anni nel campo della fecondazione medicalmente assistita e, altresì, nell’individuazione d’insostituibili tecniche terapeutiche, di cui potrebbero beneficiare milioni di persone, attraverso lo sviluppo delle applicazioni relative alle cellule staminali, il tutto in nome della cosiddetta difesa dei diritti dell’embrione.
Si tratta di una legge che contraddice i più elementari fondamenti di uno Stato liberale, nel senso più nobile del termine.
Non occorre, infatti, essere militanti di una formazione politica di sinistra, quale Rifondazione Comunista cui personalmente aderisco, per rivendicare la necessità che alla ricerca scientifica sia garantita la massima libertà nello scegliere metodiche di sperimentazione e di indagine e nel determinare le direzioni verso cui indirizzare la ricerca, senza censure preventive di ordine politico; semmai il politico deve semplicemente vigilare affinché la scienza possa essere accessibile a chiunque, sia in termini di conoscenze generali che di risultati applicativi, il che, da un lato, realizza quel principio fondamentale dello statuto epistemologico che, fin da Galilei, fa della scienza un sapere tendenzialmente democratico, dall’altro garantisce il realizzarsi di quell’unica forma di positivo controllo sulla scienza stessa, ovvero il controllo sociale sulle finalità della ricerca, in modo da valorizzarne gli esiti in termini di utilità sociale.
La Storia del Novecento ci dimostra che quando tale controllo sociale è venuto meno, per lasciare spazio al controllo politico e statale sulla scienza, sono emersi mostri come la bomba atomica e altre armi di distruzione di massa.
La Filosofia della scienza ci dimostra a sua volta che una scienza subalterna al potere politico è una scienza dimidiata, mentre una ricerca che si orienta verso direzioni socialmente condivise è una ricerca destinata a riscuotere il consenso generale e a determinare progresso.
Ma a tal fine, rimane irrinunciabile u’ulteriore condizione: che la ricerca riceva finanziamenti pubblici adeguati e non sia in balia del sostegno privato.
Sia detto per inciso, sotto questo profilo devo denunciare il limite essenziale della posizione dei Radicali e della stessa Associazione Luca Coscioni, che ha il grande merito di porre la questione della libertà della ricerca come questione fondamentale, ma ripone una fiducia eccessiva, in questo senso tipicamente liberista, nelle prospettive derivanti dal finanziamento privato alla ricerca stessa.
Ciò non per negarne i meriti, che rimangono indubbi, ma per correttezza politica e amor di verità.
Ora, fin dall’esordio dell’età moderna, la libertà della ricerca scientifica costituisce un caposaldo irrinunciabile della concezione illuministica della vita e quindi dell’idea liberale dello Stato e dell’organizzazione di una formazione economico-sociale, appunto moderna, in cui la scienza è stata il fattore basilare del progresso, inteso come la capacità crescente dell’uomo di risolvere i problemi e soddisfare i bisogni indotti dall’esistenza stessa.
Questa legge viceversa segna un arretramento culturale e teorico enorme per l’idea stessa di progresso scientifico e, nello specifico, per la medicina e la biologia applicate al superamento di condizioni patologiche, quali l’infertilità o la sterilità.
Essa è chiaramente ispirata ad una precisa visione confessionale della vita, in senso cattolico, e risponde, come ha ben evidenziato chi mi ha preceduto, a dei precisi dictat clericali nei confronti del legislatore, il quale così abdica ad una sua prerogativa e ad un suo dovere costituzionale: tutelare l’autonomia del potere legislativo e garantire la laicità delle istituzioni, assicurando a ciascuno la possibilità di organizzare la propria vita in ragione dell’etica cui liberamente aderisce.
Lo Stato dovrebbe limitarsi a regolamentare i fenomeni sociali, in funzione del bene comune, di certo non deve assurgere a giudice delle scelte morali ed intime dei cittadini né può consentire che una visione morale risulti prevaricante fino ad impedire a chi voglia avvalersi delle conquiste scientifiche di farlo.
Questa legge è invece tipica di uno Stato etico, quindi totalitario per definizione,che non consente il libero confronto fra le concezioni morali, ma ne sponsorizza una, elevandola a norma morale dominante, a scapito delle libertà personali fondamentali, fra cui irrinunciabile è quella di poter autodeterminare i propri comportamenti, in ragione della propria concezione della vita e nel rispetto dei diritti altrui, avvalendosi pienamente delle opportunità che il progresso, innanzitutto scientifico, mette a disposizione.
La legge 40/2004 è frutto invece di un’attività legislativa esattamente mirata ad impedire l’esercizio di questa libertà, quindi già in tal senso umilia la scienza, impedendole di svolgere il proprio ruolo a beneficio di chiunque voglia liberamente avvantaggiarsene, prefigurando, piuttosto che una procreazione medicalmente assistita, una “procreazione clericalmente assistita”.
Vediamo come si evidenzia tutto ciò nella legge: le tecnologie riproduttive si sono diffuse in funzione della necessità di fronteggiare un problema dilagante come l'infertilità, quindi nell’intento di applicare la scienza a beneficio dell'uomo e non come fenomeno fine a sé stesso, reso possibile dal progresso scientifico.
Il conseguimento corretto di quest’obiettivo di notevole rilevanza sociale avrebbe richiesto in realtà l’adozione di semplici regole, quindi l’emanazione di regolamenti scientifici, non necessariamente di una legge.
Ma si è preferito usare lo strumento legislativo per imporre divieti, renderci meno liberi, ledere il diritto della persona a diventare genitore secondo la propria soggettiva propensione.
L’art. 1, infatti, pretende di vietare l’accesso alla fecondazione medicalmente assistita a chi non sia affetto da sterilità e anzi consente alle sole coppie, coniugate o conviventi, di accedervi nell’unico caso in cui non siano disponibili altri metodi terapeutici efficaci, come se le coppie e i medici stessi fossero per loro natura degli irresponsabili, al punto da preferire il ricorso alla PMA pur in presenza di soluzioni terapeutiche differenti, di per sé oltre tutto meno costose.
Già sotto questo profilo, la legge 40 umilia la scienza, movendo dal pregiudizio che l’intera classe medica sia propensa, per interesse economico, a scegliere a cuor leggero la PMA in luogo di terapie eventualmente efficaci nel singolo caso e tali da consentire il concepimento con il metodo naturale, di per sé ben più piacevole.
Del resto, l’eventuale mala fede dei medici, possibile in misura analoga a qualunque altra categoria, sarebbe arginata dal fatto oggettivo che nessuno, fra i pazienti, sceglierebbe la PMA in luogo di terapie meno invasive, esattamente come nessuna donna sceglierebbe l’aborto come strumento di pianificazione familiare al pari di un anticoncezionale puro e semplice.
Eppure, l’art. 4 si ostina a rincarare la dose, imponendo esplicitamente che, prima di accedere alla PMA, sia documentato scientificamente l’insuccesso, spiegabile o meno, di tutte le altre soluzioni terapeutiche disponibili, senza che il legislatore le descriva.
Viceversa, in tutti gli altri Paesi rispettosi dei cittadini, viene codificato, di concerto con le comunità scientifiche, un ventaglio di condizioni cliniche idonee a diagnosticare l’infertilità, accertate le quali la PMA rimane la logica soluzione del problema.
La legge italiana, invece, impone che siano effettuati tutti gli esami possibili, attraverso cui dimostrare l’inesistenza di alternative, sia per cause spiegabili che per ragioni inspiegate.
Ma, di divieto in divieto, la legge procede nel suo percorso ad ostacoli, umiliando ulteriormente la scienza, quando, obbligando ad impiantare sempre e comunque tutti e tre gli embrioni realizzati e a non realizzarne più di tre alla volta (art. 14, comma 3), rende di fatto inutile l’utilizzo di protocolli di laboratorio, perfettamente leciti e utilizzati in altri Paesi come la cattolicissima Spagna, i quali consentono da oltre dieci anni di effettuare, in fase di preimpianto, l’analisi dell’embrione ottenuto in provetta: tale analisi è fondamentale innanzi tutto per accrescere le possibilità di successo della PMA, poiché non tutti gli embrioni risultano qualitativamente idonei all’impianto, perché portatori di anomalie strutturali che, per un fenomeno assolutamente naturale, ne renderanno impossibile l’attecchimento o determineranno interruzione precoce e spontanea dell’eventuale gravidanza.
E’ questo un concetto su cui vale la pena di insistere, affinché non si pensi che l’analisi del concepito in fase di preimpianto sia finalizzata unicamente ad altri scopi, a mio giudizio comunque in gran parte meritori e condivisibili, quale quello di evitare la nascita di bambini gravemente malformati o portatori di gravi patologie genetiche, altamente invalidanti.
La mancata selezione degli embrioni in base alla loro qualità strutturale accresce enormemente la percentuale degli insuccessi, costringendo la donna a ripetere, con i relativi rischi per la sua salute, più e più volte trattamenti di stimolazione ormonale del sistema endocrino, al fine di produrre gli ovociti in quantità sufficiente a consentire il realizzarsi di tre embrioni, il che richiede la disponibilità di più di tre ovociti, la cui crioconservazione, pur ammessa dalla legge, non risolve il problema, limitandosi a ridimensionarlo in minima parte.
Ecco un’ulteriore umiliazione, questa volta per la medicina e per la donna in pari misura: la prima, ridotta a zimbello della morale cattolica, la seconda a mero contenitore e fabbrica di ovociti.
E qui mi si consenta di rimarcare che questa legge umilia ancora una volta la scienza, impedendo al medico di assolvere ad un suo dovere deontologico: prevenire la sofferenza, sia quella della donna che ha la sola colpa di voler diventare madre pur formando una coppia infertile, sia quella psico-fisica del nascituro handicappato che quella psicologica del genitore che non accetti l’idea stessa di dar vita ad un individuo il quale, per via di gravi patologie incurabili, sarà destinato a soffrire enormemente o a vedere tremendamente decurtate le proprie potenzialità di realizzazione umana ed esistenziale, pur essendo, ovviamente, una persona a pieno titolo, riconoscimento, questo, che nell’attuale società non è semplice conquistarsi.
Tutto questo in nome dell’asserita parità fra i soggetti giuridici coinvolti, di cui all’art. 1, comma 1, che conferisce personalità giuridica all’embrione, nella stessa misura di un essere umano già effettivamente compiuto, neonato o adulto, finendo però col far prevalere l’interesse presunto di un mucchietto di cellule a svilupparsi e a vedere la luce, a prescindere dalle condizioni fisiche o sensoriali che ne caratterizzeranno l’esistenza, sull’interesse di una persona, quale la madre o il padre, ad essere sereno genitore di un bimbo sano. E non mi si venga a dire che intervenire con gli strumenti offerti dalla scienza per evitare simili sofferenze sarebbe eugenetica nazista: non si tratta di predeterminare la nascita di un bimbo bello, biondo e con gli occhi azzurri, ma di garantire il diritto a nascere sani e, nel contempo, quello ad essere genitori di bimbi sani.
La scienza attuale consentirebbe in tantissimi casi il laico esercizio di questo fondamentale diritto del nascituro e della persona in generale, mentre la legge 40, umiliando il lavoro scientifico, ne impedisce l’esercizio, in un modo tanto più inaccettabile, se si considera che così il legislatore, con somma ipocrisia e cinismo, questo sì paranazista, chiude gli occhi di fronte ai dissesti del neoliberismo dilagante, che sta distruggendo ciò che rimane dello Stato sociale e fa sì che le politiche di welfare siano poco più che un vago ricordo.
Che ne è, e soprattutto che ne sarà, delle persone portatrici di handicap in una prospettiva storica del genere? Su questo terreno, che mi tocca personalmente, voglio essere molto chiaro: far nascere bimbi gravemente malati quando si sa già che li si condanna a non potersi avvalere di servizi e di assistenza efficaci è un atto criminale, almeno quanto lo è impedire la cura di patologie gravissime e rare, sempre in nome della tutela di quel mucchetto di cellule che formano un embrione.
E qui si giunge ad un significativo quanto incredibile paradosso: vanificare l’analisi del concepito in fase di preimpianto, costringendo ad impiantare comunque i tre embrioni creati, significa non solo impedire il controllo delle malformazioni del nascituro, ridurre le possibilità di successo del tentativo d’instaurare una gravidanza ed esporre la donna al rischio di una gravidanza trigemina, ma anche di fatto vietare o fortemente ostacolare la cura di patologie di cui siano portatori bambini già nati, come è il caso emblematico dell’anemia di Franconi; l’unico modo per guarire chi ne sia affetto, sottraendolo a morte certa in pochi anni, è quello di procedere ad un trapianto di midollo mediante donatore compatibile, da cui espiantare una piccola parte del tessuto midollare, per impiantarlo nel malato, ottenendo la riproduzione di un midollo sano.
Si dà il caso che quasi sempre l’unico modo per ottenere un donatore in tempo utile è quello di far nascere un fratellino sano, da cui espiantare il tessuto sano e consentirne la riproduzione nel bimbo malato, senza danni di sorta per il fratello donatore.
Ma ciò si può ottenere appunto selezionando un embrione sano, che non abbia cioè ereditato la patologia, in funzione delle probabilità di Mendel.
Tuttavia la legge 40 impedisce l’accesso alla PMA a chi non sia infertile o sterile, nonché la selezione qualitativa degli embrioni, tagliando così la testa al toro, ops… al bambino malato di anemia di Franconi.
Quale peggiore umiliazione per un medico che disporrebbe delle conoscenze per giungere alla cura di un malato, ma si vede ostruita la strada da divieti insormontabili come macigni? Non si dimentichi, poi, che un altro aspetto aberrante di questa legge, che determina un’altra forma di incredibile umiliazione per la scienza, è dato dall’art. 14, che fin dal comma 1 vieta la crioconservazione dell’embrione, eccetto che per periodi temporanei in caso di momentanea impossibilità d’impianto per motivi di salute della donna, sopraggiunti dopo la fecondazione, di cui al comma 3 dello stesso art. 14.
Impedire il congelamento degli embrioni significa non poter disporre di embrioni eccedenti, quindi sottrarre uno strumento fondamentale a chi porta avanti la ricerca sulle cellule staminali, che possono condurre alla guarigione di milioni di malati di Parkinson, di diabete, di patologie cardiovascolari o, in prospettiva, di patologie retiniche, con il conseguente superamento della cecità o dell’ipovisione grave da esse derivanti.
E’ il caso della retinopatia pigmentosa, che ben conosco essendone portatore, per la quale già sono in atto studi in tale direzione in varie parti del mondo: la scienza italiana vedrà di fatto ridimensionate enormemente le sue possibilità di successo in una così fondamentale ricerca, poiché, come è noto, i tessuti fetali o di altra natura sono assai meno forieri di vantaggi rispetto ai tessuti embrionali, il che rallenta enormemente la ricerca e declassa il ricercatore italiano ad un rango inferiore, isolandolo dal resto della comunità scientifica e ponendolo in condizione di forzata inferiorità rispetto ai colleghi stranieri, operanti in Paesi in cui un simile oscurantismo non sarebbe neppure immaginabile.
E poi questo governo annuncia di voler favorire il rientro in Italia dei cervelli fuggiti, fra l’altro tagliando le risorse pubbliche per la ricerca?
Lo stesso art. 2 della legge 40 recita che il Ministro può promuovere la ricerca, ma in Italia dire “può” è come dire “non è necessario”, quindi la ricerca sulla PMA non sarà incentivata e comunque è facile attendersi che i destinatari dell’eventuale sostegno finanziario statale non saranno gli stessi ricercatori che fino ad oggi hanno conseguito i brillanti risultati che tutti conosciamo.
Ma il massimo della provocazione si raggiunge quando la legge prevede che la sorte degli embrioni crioconservati già disponibili sia nelle mani del ministro della Salute, cui è demandata ogni decisione sulla loro destinazione, non prevedendo, come invece ammette la legge spagnola, che siano le coppie che li hanno generati a decidere se chiederne la conservazione in vista di una futura gravidanza o donarli ad altre coppie per una fecondazione eterologa o alla scienza per finalità di ricerca o lasciarli scongelare senza alcun proficuo impiego.
Da questo punto di vista il legislatore non decide, pilatescamente se ne lava le mani e delega al ministro in carica ogni decisione (art. 17), con la prospettiva certa che da un Sirchia gli embrioni crioconservati non saranno indirizzati né a beneficio della ricerca sulle cellule staminali né di chi richieda un’eterologa, per altro espressamente vietata dalla legge.
Proprio l’espresso divieto dell’eterologa umilia ulteriormente il medico e i suoi pazienti: oltre ad impedire la genitorialità a persone omosessuali e a donne lesbiche in particolare, tale divieto entra nelle scelte consapevoli della coppia, limitandone l'autonomia, e impedisce la genitorialità a chi non disponga di gameti propri o a chi sia portatore di una patologia geneticamente trasmissibile a carattere dominante, quindi destinata ad essere comunque presente nel patrimonio genetico del nascituro (a differenza di una patologia a carattere autosomico recessivo), il che espone al rischio, anzi alla sostanziale certezza, di generare un bimbo malato.
Le conseguenze derivanti dal divieto dell’eterologa risultano evidenti nella loro gravità, a chiunque non voglia agire come lo struzzo di fronte alla realtà: chi potrà permetterselo economicamente, ricorrera alla PMA eterologa all’estero, eludendo la legge italiana, viceversa chi non potrà investire somme ingenti in tale direzione rimarrà privato del diritto elementare ad essere genitore, e per di più genitore responsabile.
Si creano così le stesse discriminazioni di classe cui ha posto fine, in materia di aborto, la legge 194 del 1978, la quale, sebbene formalmente fatta salva dalla legge 40, ne rappresenta l’evidente bersaglio, a partire dalla logica stessa dell’art. 1 che, come si è ricordato, conferisce pari dignità e personalità giuridica all’embrione rispetto alla madre e agli altri soggetti coinvolti dalla legge. Una buona ragione, questa, che avrebbe consigliato di guardare al referendum con responsabile prudenza politica, poiché non si può escludere la strumentalizzazione dell’eventuale insuccesso del referendum abrogativo della legge 40 in chiave anti 194.
Ma a proposito dell’eterologa, emblematiche di una certa logica oscurantista e confessionale sono le sanzioni previste per quel medico che sia accusato di averla praticata: queste rappresentano un’ulteriore grave umiliazione per chi, secondo scienza e coscienza, esercita la professione medica, proprio nel momento in cui prevede sanzioni per i medici e non per le coppie: con ciò, sia chiaro, non si vuol auspicare, per mera par condicio, che simili sanzioni vengano introdotte anche per le coppie, ma si vuole evidenziare una conseguenza paradossale: può accadere – ed è già accaduto – che una donna, avendo appena effettuato un tentativo di PMA omologa, realizzi un rapporto sessuale extraconiugale che dà origine ad una gravidanza che, ove il marito venisse a conoscenza della non paternità, getterebbe immediatamente sul medico l’accusa di aver praticato un’eterologa, con la possibilità concreta che questi non riesca a dimostrare la correttezza del proprio operato. E lavorare col patema di subire accuse infondate non rende certo sereno chi deve svolgere un ruolo professionalmente così delicato, quale quello del medico, comportando un’intrinseca umiliazione di questa figura.
Eppure, alla fine degli anni ’90 il ricorso al seme eterologo ha subito un decremento del 90%, grazie al perfezionamento delle tecniche, determinato anche dall’introduzione della ICSI.
In definitiva, il divieto dell’eterologa contraddice lo stesso enunciato dell’art. 1, là dove questo recita: "la presente legge" vuole assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti compreso il concepito”. In realtà, vietando l’eterologa, la legge trasforma la genitorialità in un diritto negato, limitando la libera e consapevole scelta della persona; riguardo al concepito, gli assicura solo il diritto a non essere concepito.
Presumibilmente il legislatore ritiene che il nascituro concepito con eterologa sia destinato ad una vita non degna di essere vissuta, a confrontarsi con difficoltà insormontabili, che semmai deriverebbero solo da una scelta inconsapevole dei genitori, difficoltà che lo esporrebbero ad una vita qualitativamente inferiore.
Al contrario, un’analisi approfondita della letteratura, ampiamente disponibile in materia, dimostra che ciò non si verifica. Ne consegue che l’unica preoccupazione del legislatore, nel vietare l’eterologa, è quella di tutelare la morale cattolica, di per sé rispettabilissima, ma che, in quanto espressione confessionale, non appartiene certo alla sfera dei valori universali dell’uomo e non deve poter condizionare le leggi di uno Stato laico e di diritto, come assicura la nostra ottima Costituzione.
Anche questa dev’essere materia fondamentale di riflessione per la Consulta, tenuto conto anche che la “cultura del sospetto” verso le tecniche di PMA pervade interamente la legge, come emerge anche dalla previsione dell’obbligo per il medico, in sede di ovvio consenso informato (art. 6), di rendere edotta la coppia sui problemi bioetici e sulle conseguenze giuridiche che dalla PMA scaturirebbero per l’uomo, la donna e il nascituro.
Ma se viene ammessa solo la fecondazione omologa, per di più realizzata senza crioconservazione dell’embrione, di quali conseguenze bioetiche e giuridiche potrà tratarsi? Quali differenze sussisteranno rispetto a chi abbia ottenuto gravidanza spontanea?
La risposta sta solo nel fatto, del tutto evidente, che il legislatore considera la PMA contraria alla sua morale.
Ma ciò vuol dire imporre una determinata morale per legge, mentre la nostra Costituzione garantisce la libera espressione di tutte le concezioni morali.
Tornando alla “teoria” dei divieti, si aggiunga che la legge consente la crioconservazione dei gameti, ma solo ai fini di una fecondazione omologa; si può ritenere che non vieti la crioconservazione dello zigote, concetto differente da embrione e ad esso propedeutico, ma non richiamato esplicitamente accanto a quest’ultimo a proposito del divieto di cui sopra.
Tuttavia lo zigote non riveste alcun interesse per la ricerca sulle cellule staminali, in quanto a quello stadio non è ancora iniziata la moltiplicazione cellulare.
Che dire in conclusione? Siamo di fronte ad un ennesimo segno dei tempi: nell’epoca delle guerre preventive in nome della difesa della democrazia ma di fatto a tutela d’interessi imperialistici, in un momento di rediviva macelleria sociale a base di destrutturazione dei diritti acquisiti e delle garanzie del welfare, inzuppata di flessibilità selvaggia e precarizzazione globale del lavoro, ecco che un disegno oscurantista e illiberale, quale la legge 40 mette in atto, ci sta tutto: è una forma di aggressione preventiva all’espandersi e al rinascere stesso dei diritti delle persone, all’idea stessa di autodeterminazione, alla legittima pretesa di fare a meno dello Stato nella camera da letto, di quello stesso Stato di cui avresti bisogno in un letto d’ospedale ma che in quel caso ti saluta beffardamente.
Ecco che le umiliazioni alla scienza sono funzionali all’umiliazione della dignità della persona e della sua naturale tendenza a progredire verso condizioni di una più raffinata civiltà, il cui grado di sviluppo non a caso, come ci ricorda l’umanesimo marxista degli anni ’80, dipende dalla capacità che una civiltà possiede nel rendere l’uomo autoresponsabile.
Abrogare questa legge, dunque, è, anche in questo senso, una grande battaglia di civiltà.
Condivisibile quindi lo strumento del referendum totalmente abrogativo di una legge non emendabile di per sé, ma avrei preferito che il referendum rimanesse l’ultima spiaggia, quella cui approdare dopo aver esperito le altre possibili, a cominciare dalle eccezioni d’incostituzionalità, in parte già avanzate, come dalla Regione Toscana e di qui a poco probabilmente dall’Emilia, in parte ancora possibili, come per iniziativa di chi, potendo beneficiare della ricerca sulle cellule staminali, si vedrà depredato del diritto alla salute, quando le linee guida del Ministro Sirchia sanciranno la preannunciata impossibilità di utilizzare a fini di ricerca gli embrioni crioconservati eccedenti, il che lede almeno gli articoli 3 e 32 della Costituzione.
E a proposito delle linee guida, va osservato che la legge non tiene in alcun conto le linee guida che gli operatori sanitari si erano spontaneamente già dati e le rende inapplicabili, poiché entra in dettagli tecnici, umiliando ulteriormente la scienza, nel negare dignità a tecniche molto avanzate che hanno garantito di progredire verso risultati via via migliori e più certi.
La scelta dei Radicali, di lanciare immediatamente il referendum, probabilmente non consentirà di esperire fino in fondo la strada dell’incostituzionalità, esponendoci anche al rischio di un mancato raggiungimento del quorum, in un Paese in cui sarà molto difficile spiegare alla maggioranza degli italiani quanto dannosa sia questa legge e quante umiliazioni ne deriveranno, non solo per la scienza, ma per la dignità di tutti, per il diritto stesso di cittadinanza di ciascuno, non solo di quelle coppie sterili che si sentiranno costrette a tentare la PMA all’estero.
Si tratta di concetti complessi, che richiedono un certo grado culturale e una notevole capacità di astrazione logica per essere compresi.
In ogni caso ora, a referendum lanciato, si tratterà di impegnarsi tutti in una grande battaglia di civiltà, a cominciare dall’impegno per accrescere il numero delle firme, che potrà essere un significativo strumento di pressione per la Corte Costituzionale e per lo stesso Parlamento, da cui tuttavia non mi attendo un radicale e laico mutamento di rotta.
Prof. Pasquale MARINO
-candidato nelle liste di Rifondazione Comunista per il quartiere Navile
-consigliere provinciale dell’U.I.C. di Bologna e membro del Comitato Regionale FAND
Fonti: www.in-fertility.it & www.unbambino.it
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